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18/10/2006
La creatività
Gli uomini s’interrogano da secoli sulla creatività. Hanno sempre creduto che le idee arrivassero all’improvviso, attribuendone il merito a spiriti e divinità o, più di recente, al subconscio. Di qualunque cosa si tratti, la creatività è una forma di pensiero ai confini estremi della mente. L’unica fase del processo creativo che conosciamo un po’ è l’intuizione, ma le idee e i progetti possono restare in incubazione per mesi o anni senza che ce ne rendiamo conto. Non sorprende che la creatività sia sempre sfuggita all’analisi scientifica. All’inizio degli anni settanta veniva ancora vista come una forma di intelligenza. Ma nel corso del decennio, si capì che il rapporto non era così semplice. Le persone creative risultano intelligenti, almeno in base ai test ma restano nella media o leggermente al di sopra. È accertato che oltre un certo livello il quoziente di intelligenza non serve a potenziare la creatività: è necessario ma non sufficiente per renderci creativi. I creativi sono attratti dalla complessità e gestiscono con abilità i conflitti. Di solito sono anche molto motivati e a volte persino un po’ ossessivi. Le persone meno creative, invece, non tollerano molto la confusione e tendono a innervosirsi se non riescono a mettere subito insieme i pezzi di un rompicapo. La creatività è un dono riservato a chi sa aspettare, e soprattutto a chi sa farlo avvolto in una leggera nebbia. Ma chi ha una personalità creativa deve pagare un prezzo. Per secoli si è pensato che ci fosse un legame tra creatività e malattia mentale. Ad ogni modo, ora, non si esclude la possibilità che siano proprio gli sbalzi d’umore a originare un evento creativo, piuttosto che il cattivo umore in sé.
Secondo lo psichiatra Gordon Claridge dell’Università di Oxford, anche alcuni sintomi della schizofrenia sarebbero più comuni tra le persone creative (come allucinazioni, sentire voci, pensare in modo caotico o credere nella magia).
Jordan Peterson, psicologo dell’Università di Toronto, sostiene che il cervello dei creativi è più aperto agli stimoli esterni rispetto a quello delle persone comuni, quindi la malattia mentale non è un prerequisito della creatività, ma condivide con queste alcune delle sue caratteristiche cognitive.
Nel 1978 Martindale (psicologo dell’Università del Maine a Orono) usò una rete di elettrodi per eseguire un elettroencefalogramma su una persona che inventava una storia. Dimostro così che la creatività ha due fasi, l’ispirazione e l’elaborazione. Mentre la persona abbozzava la storia, Martindale osservò che il loro cervello era sorprendentemente tranquillo. L’attività dominante era quella delle onde alfa, una specie di stato di rilassamento. È lo stesso tipo di attività mentale che caratterizza alcune fasi del sonno, del sogno e del riposo. Questo potrebbe spiegare perché il sonno e il rilassamento aiutino le persone a essere creative. Tuttavia, quando veniva chiesto di elaborare la storia, l’attività delle onde è diminuiva e il cervello diventava più frenetica. La cosa che colpiva maggiormente era che le persone con una differenza di attività cerebrale più marcata tra la fase di ispirazione e quella di sviluppo producevano storie più fantasiose. “La creatività richiede diverse modalità di pensiero. Le persone meno creative si spostano intuitivamente da una modalità all’altra”. A quanto sembra, la creatività è una questione di flessibilità mentale: forse non è un processo in due fasi, ma un continuo passaggio da uno stato all’altro. In uno studio successivo, Martindale scoprì che questo cambiamento di attività si notava in modo particolare nell’emisfero destro del cervello. Tuttavia, le persone a cui era stato interrotto il collegamento tra i due emisferi per trattare una forma di epilessia altrimenti incurabile sembravano diventare molto meno creative. Questo dimostra che anche la comunicazione tra i due emisferi è importante. Adesso i ricercatori stanno tentando di individuare alcuni aspetti della creatività legati all’anatomia. Gli studi condotti sul cervello di persone dotate di un particolare tipo di creatività dimostrano – e forse la cosa non dovrebbe sorprendere – che le aree attive sono determinate dal tipo di conoscenza specialistica che si sta usando. Il linguaggio, le immagini, la consapevolezza dello spazio: i vari tipi di abilità sono localizzati in una particolare zona o in alcune parti del cervello. I matematici e i fisici potrebbero avere lobi parietali più grandi, che sono importanti per la rappresentazione dello spazio; negli scrittori potrebbero esserci delle regioni del linguaggio distribuite in maniera più ampia nei lobi frontali e temporali, forse addirittura estese a entrambi gli emisferi,mentre normalmente sono confinate a quello sinistro.
Un aspetto della creatività spesso trascurato è quello sociale. Vera John-Steiner dell’Università del New Mexico, autrice del saggio Creative Collaboration (Oxford university press 2000), sostiene che per essere veramente creativi abbiamo bisogno di relazioni sociali solide e rapporti sicuri, non solo di reti neutrali attive. Una caratteristica fondamentale dei creativi, dice John-Steiner, è che almeno una persona nella loro vita non li ritiene completamente pazzi.
Sulla creatività si può leggere:
° Annamaria Testa, “La creatività a più voci”, Laterza 2005 – 12.00 euro
° Lanfranco Rosati e Nicola Serio, “Le dimensioni della creatività”, Armando 2004 – 18.00 euro
° Alberto Melucci, “Creatività: miti, discorsi, processi”, Feltrinelli 1994 – 16.53 euro
Da “Internazionale” del 13 Gennaio n°624 – anno 13